Mondo perduto 1

Ahi, ahi, in che mondo viviamo!

Tutto corrotto, tutto!

Nella politica, nello sport, nella vita di tutti i giorni e forse anche nell’economia e l’alta finanza.

Tutto funzionava bene, invece, una volta. Le famiglie erano unite, gli operai erano pagati sempre meglio, i padroni avevano il loro giusto guadagno, i banchieri pure e gli sportivi correvano, saltavano scivolavano e lanciavano per sport e cavallerescamente.

Era un mondo tranquillo: tu sapevi chi eri e con chi avevi a che fare. Ognuno era al suo posto e faceva ciò che doveva fare al proprio posto. E anche tutti gli altri accettavano ciò che ognuno faceva perché tutti avevano i propri doveri.

Per esempio i padroni rispettavano gli operai e, oltre a dar loro un posto di lavoro, li pagavano. Gli operai lavoravano sodo per i padroni che avevano procurato loro un posto di lavoro ed erano riconoscenti perché grazie ad essi potevano vivere decentemente. Le famiglie erano unitissime perché al loro interno tutti facevano qualcosa affinché la vita fosse decentemente sopportabile per tutti. I banchieri erano soddisfatti di elargire prestiti ai padroni e incassavano i giusti interessi che i padroni versavano, giustamente, perché così doveva essere. Da parte loro gli sportivi erano sportivi. Ognuno dava il proprio meglio per superare l’avversario. Ma anche l’avversario agiva così. Vinceva sempre e solo il migliore.

Ora è tutto divenuto terribile.

Nelle famiglie, lui prende su alla sera dopo cena e rientra quando chiudono i ristoranti; lei, con la scusa che va a lavorare e può permetterselo, prende su pure lei e rientra sul tardi (un po’ prima di lui perché deve vedere se i figli sono a letto prima che arrivi il padre, che non sarebbe contento di sapere i suoi bambini ancora su). Ma la famiglia non è più quella di una volta, unita, che viveva una vita insieme: i bambini che tornavano a casa e trovavano la mamma che rimaneva lì con loro fino a quando andavano a nanna e che poi, quando il padre, che aveva lavorato tutto il giorno, arrivava dal ristorante, andava a letto insieme. A volte, alla sera il padre rimaneva in casa con il resto della famiglia: allora si sentiva proprio quella gioia di una famiglia unita! E i figli ubbidivano, una volta. Infatti, non appena la mamma o il padre vedevano che stavano comportandosi poco bene, li redarguivano.

Adesso? Niente: non interviene più nessuno. I bambini alla sera, e non solo, possono fare tutto, o quasi. Nessuno dice loro niente: infatti alla televisione non c’è mai nessuno che impartisce delle raccomandazioni!

Ma forse se la famiglia si è ridotta in queste condizioni è perché qualcos’altro è cambiato, probabilmente è la conseguenza di qualcos’altro. Chissà!

Anche a proposito del rapporto che intercorre fra operai e padroni molto è cambiato. Ora gli operai non si accontentano più di avere un posto e di avere una paga: pretendono una paga giusta e persino migliori condizioni di lavoro. Ma questo ai padroni costa. E perciò nemmeno i padroni non sono più come prima, quando con quel posto che procuravano agli operai e quella decente paga permettevano loro, e alle loro famiglie, di vivere, decentemente. Ora anche i padroni guardano maggiormente al loro profitto e non disdegnano di licenziare qualche operaio, costringendo un minor numero di impiegati a produrre qualcosina in più. Ci sono dei padroni che arrivano persino al punto di chiuder bottega, accontentandosi di quello che hanno guadagnato. A volte non pagano nemmeno più il prestito ricevuto dai banchieri. Ma, contrariamente agli operai licenziati, i banchieri non possono mica vivere dell’aria, non possono mica perderci ingiustamente! Perciò la legge prevede che i banchieri possano ricuperare le perdite tramite la sostanza dello stabilimento chiuso.

Comunque è evidente che nella vita tutto ora appare meno bello, visto che nessuno vive senza la preoccupazione del domani. Il banchiere non è più sicuro di ricevere, sotto forma di interessi, il denaro prestato, ma a volte deve ricorrere alla giustizia per ottenere soddisfazione. Il padrone non si sente più un sostegno per gli operai: da quando questi hanno iniziato a far la voce grossa, si sente meno motivato ad aiutarli e perciò, a volte, si vede costretto a licenziarli.

Nelle famiglie non c’è più quel bell’ambiente caldo, perché la mamma, rispettivamente la moglie, è sempre nervosa e stanca, dovendo far tutto in poco tempo. D’altronde, chi potrebbe aiutare la mamma, rispettivamente la moglie?

E gli sportivi? Evidentemente anche gli atleti sono vittime del nostro tempo: sono costretti a correre sempre più velocemente, a saltare sempre più in alto, a scivolare sempre più in fretta, sempre di più, sempre di più di prima. Per obbligarli a far ciò li costringono ad accettare ingaggi astronomici ed a ingurgitare preparati prodigiosi: alla fine non sanno nemmeno più bene loro se hanno ottenuto il risultato perché sono bravi o perché si vogliono arricchire o perché hanno bevuto, o perché qualcuno ha truccato tutto. Rimpiangono i vecchi sportivi che provavano la gioia di aver vinto.

Comunque non è nemmeno esatto affermare che tutto sia peggiorato. Per alcuni c’è stato un indubbio miglioramento. Per esempio per i bambini: essi, senza averlo richiesto, hanno ottenuto una libertà che, solo qualche anno fa, quelli della loro età non si sarebbero neppure sognata. Per esempio, in casa raramente qualcuno impedisce loro di far checchessia ed anche fuori, così abituati, riescono quasi sempre ad imporre il loro comportamento. È, sì, vero che a volte sentono la mancanza di qualcuno che si preoccupi di loro quando sono soli, ma grazie alle possibilità che sono loro offerte dalle tangenti1 provenienti da babbo e mamma, riescono ad addolcire e riempire assai facilmente anche quei periodi. Ma il vantaggio più grande per i bambini è quello di diventare molto più presto adulti in grado di gestirsi. In pratica maturano prima, maturano quando sono ancora acerbi. È probabile che sulla soglia dei vent’anni saranno anche più maturi dei genitori. Finiti i tempi in cui io ero un bambino, quando ero un bambino e tutti mi prendevano per un bambino. Probabilmente per questo motivo io feci molto fatica a diventare adulto (non so nemmeno se lo sono mai diventato completamente: per esempio non sono riuscito a far maturare mio figlio quando era ancora acerbo, ma l’ho lasciato maturare secondo natura. Spero solo che mio figlio non me ne voglia, ora che è maturato). E le raccomandazioni, le prediche, i castighi che i genitori di una volta inventavano per qualsiasi motivo? Finiti. E tutte le storie che i genitori di una volta raccontavano ai bambini per far credere loro che c’è il bene e il male? Finite. A volte, i genitori di una volta arrivavano fino al punto di citare il prete o il maestro o magari il gendarme per convincere i propri figli a fare ciò che volevano loro. I genitori di una volta erano degli egoisti: pur di far credere ai propri figli che quel che volevano loro era vero, raccontavano un sacco di storie. Ma quel che era più triste è che i figli ci credevano, anche quelli, che sulle prime non ubbidivano, ci credevano: disubbidivano solo per il gusto di ribellarsi, ma erano convinti di essere nel torto. Del resto anche i bambini di oggi, cui tutto è praticamente concesso, cercano disperatamente di ribellarsi. Fa sicuramente parte della natura umana, la ribellione! Però, ribellarsi senza sapere perché ci si ribelli suona un po’ strano. O c’è qualcosa di strano contro cui i bambini si ribellano? Ci sarà, sicuramente, ma finora gli adulti non l’hanno ancora scoperto.

Sono molte le cose che l’uomo non ha ancora scoperto. L’uomo di adesso, intendo. Una volta tutto funzionava molto bene: di qua i ricchi, di là i poveri; di qua i banchieri, di là le mamme; di qua ecc.

Ora c’è una gran confusione: ricchi, poveri, banchieri, mamme, ecc.

 

 

1tangente [tan-gèn-te] sostantivo f.

1. non com. Quota di una spesa o di un guadagno comuni che tocca a ciascuno: la t. che tocca ai soci

2. Denaro estorto (e pagato) illecitamente in cambio di favori • bustarella, mazzetta: industriali che hanno pagato una t.; lo scandalo delle t.

• dal lat. tangentem, part.pres. di tangere “toccare” • sec. XVIII